Negli ultimi giorni il dibattito sulla vicenda della c.d. “famiglia del bosco” ha mostrato, ancora una volta, quanto il commento pubblico – alimentato da titoli giornalistici e interventi impulsivi sui social – arrivi spesso prima della conoscenza dei fatti, degli atti e persino della motivazione del provvedimento giudiziario.
Ancora prima che l’ordinanza del Tribunale per i Minorenni fosse pubblicata, si è assistito a una presa di posizione generale, aggressiva, emotiva. Poi, quando la motivazione è stata resa disponibile sui portali di giurisprudenza, i toni si sono improvvisamente attenuati. Un dettaglio che dovrebbe far riflettere.
È necessario ricordare un punto elementare, e tuttavia messo in discussione da improvvisati “esperti”: il Tribunale per i Minorenni ha piena competenza sulle misure riguardanti la responsabilità genitoriale, ai sensi dell’art. 38 disp. att. c.c. Non è una competenza “espropriata” o abusivamente esercitata: è la legge. Semmai, la vera riflessione dovrebbe riguardare l’immobilismo politico che sta bloccando la riforma del Tribunale unico per persone, famiglie e minori.
La motivazione dell’ordinanza chiarisce un quadro complesso: condizioni abitative fatiscenti e prive di servizi essenziali, assenza totale di istruzione, mancanza di assistenza sanitaria, isolamento sociale dei minori, incapacità di comunicare in italiano, rifiuto dei genitori di consentire verifiche, contatti, accessi e perfino accertamenti sanitari obbligatori. A ciò si aggiunge la violazione del diritto alla riservatezza dei minori, esposti mediaticamente in trasmissioni televisive nazionali.
In presenza di elementi così gravi, il Tribunale – pur potendo dichiarare la decadenza dalla responsabilità genitoriale – ha scelto la misura meno invasiva: la sospensione, con collocamento in comunità insieme alla madre e con cautele precise. Una misura che può essere modificata o revocata se emergeranno nuove condizioni idonee a tutelare veramente i minori.
Non c’è dunque alcuna “sottrazione arbitraria”, né un attacco alla libertà educativa: c’è l’applicazione dei principi fondamentali di tutela del minore. E se un provvedimento è ritenuto errato, esiste il rimedio fisiologico del reclamo e, in ultima istanza, il controllo della Corte di Cassazione.
Ciò che non può essere accettato è l’ondata di critiche irrazionali e talvolta violente indirizzate ai magistrati, basate su ricostruzioni incomplete e narrative social prive di fondamento. Il processo è il luogo in cui si tutelano i diritti, non i social network.
La responsabilità genitoriale è un dovere, prima ancora che un diritto. E la tutela dei minori non può essere sacrificata sull’altare dell’indignazione costruita a colpi di slogan.


